Silenzio: si, ma che paura!

Lo si invoca un po’ tutti nelle nostre città in contrapposizione all’ansiogena caoticità, ma di fatto pochi sono amici del silenzio. Perché il silenzio, il vero silenzio, dice di noi più di qualunque cosa. È tutt’altro che silenzioso: urla le nostre paure, le nostre fragilità, i nostri bisogni, che abilmente camuffiamo, copriamo con il brusio di sottofondo. Il rumore, del quale siamo soliti circondarci, non è fatto solo di suoni, bensì di parole non dette, pensieri, cose da fare, idee. Un vortice di passato e futuro che tutto ha, salvo che del presente. Lo stare senza giudizio, quasi sospesi e senza un perché, lo stare fermi senza una scelta imminente, senza fare, è difficilissimo. Ma imparabile. Senza un prima, con i suoi “perché”… senza un dopo, con i suoi “forse”, è proprio quel imparare a “stare lì”, che aiuta a decongestionare l’esistenza ed aiuta a de-stressarci.

In tanti siamo come i criceti sulla famosa ruota. Correre sempre. Correre per essere, essere per fare, fare per sentirsi e dimostrare di valere. Io sono una che corre. Una da agenda piena. Una da cento cose aperte e mille idee in testa. Ma se mi fermo ed ho paura del rumore che fa il mio respiro, ora realizzo e mi viene da chiedermi: “Perché questa frenesia? Ma quanto bisogno ho mai di riempire quello che non sei”? Parlerò ancora di questo…magari con l’ aiuto di chi tiene corsi di mindfulness. Un vero e proprio allenamento al non pensiero…ma all’attenzione.

Nessuno di noi si autocrea.

Su tante cose si può cambiare idea nel corso della vita.
Puoi non credere più in quello che pensavi fosse amore, puoi non credere più nel tuo lavoro, puoi trovarti disgustato da come viene stravolto il tuo pensiero politico, puoi non trovarti nei tempi e nei ritmi del tempo che attraversi, puoi perdere amicizie fraterne.
Si può dunque vivere, esistere, senza trovare un vero amore, senza il lavoro dei propri sogni, senza divenire genitori, senza vivere nel luogo dove vorresti,
ma non si può vivere senza essere figli.
Nessuno di noi si autocrea.
Ognuno di noi ha occhiate, sorrisi, silenzi o di baci della buona notte che scorrono nelle proprie vene. Ognuno di noi è plasmato dalle “attenzioni” e dalle parole di chi ci ha cresciuto, e di queste, VIVE.

Primo giudice: noi stessi

Spesso si sta male perché pensiamo troppo. Cosi la nostra mente, rimane costantemente agganciata ai temi che conosce e che vuol costantemente indagare.
I nostri problemi divengono il nostro pensiero: costante, assillante, talvolta nemmeno in grado di ipotizzare alternative alla situazione. Se solo riuscissimo ad usare la nostra mente come strumento di conoscenza e non solo come strumento di difesa, il nostro guardare agli altri e al mondo, sarebbe ben diverso!
Le persone più difese, non sono le più sicure e nemmeno le più felici, le persone più difese, non riescono a guardarsi con occhio critico e a farsi domande, perchè essenzialmente non sanno come e’ il loro stesso funzionamento: sanno solo come avere paura.
A nulla valgono i libri su come migliorare se stessi, e gli sforzi in tal senso sono assolutamente “a tempo” perché, finiti i buoni propositi, tutti noi non siamo una realtà ben definita, un atto consequenziale, una modalità di risposta preordinata, noi siamo sempre e comunque un impasto di emozioni, consce o meno, e siamo autentici solo se ci diamo di ” sentire”. “Di, sentirci” riuscendo
ad interrompere il rumore frenetico del nostro giudizio e il continuo atteggiamento sospettoso del nostro pensiero.

Libertà è sentire ciò che si è.

Si può aver appreso come fare, come essere, cosa sentire…ma sapere della propria libertà è ben altra cosa.
La libertà, sappiamo bene, non è far ciò che si vuole, bensì saper sentire quel che si è. E’ autenticità. È la capacità di entusiasmarsi e stupirsi cogliendo la differenza tra “essere” e “voler essere”.
Il saper “cogliere meravigliandosene” è una capacità infantile che noi grandi consentiamo venga meno con l’ avanzare dell’ eta’ e con l’ illusione che l’ essere adulti non necessiti, ne’ preveda di sentirsi a tratti infinitamente piccoli…inadeguati…senza risposte. Infatti i piccoli sono realmente anime libere, perché in grado di sentire “a pelle” senza sovrastrutture. Crescere, comporta anche
mettere in atto un addestramento inconsapevole che controlli, che giudichi, che preveda tutto e tutti, e questo mina inevitabilmente, autenticità e spontaneità. Attiviamo cosi l’agire prima del “sentire”; formuliamo risposte prima ancora di aver ascoltato le domande…e nel nostro continuo controllo, perdiamo colore noi…e perde luminosità chi e ciò che ci circonda. La nostra vera libertà sta nel cogliere Essenza…e nel non divenirne mai sazi.

Che rabbia!!

Che rabbia!
C’è chi non si arrabbia mai, c’è a chi capita di rado (ma di quel momento si ricordano tutti) e poi ci sono quelli per i quali rabbia e nervosismo sono le prime risposte a ciò che sfugge alla programmazione e al controllo. Per quanto si riversi sul piano relazionale, desertificandolo, la rabbia è il tono più alto della delusione e la nota più bassa della tristezza. Racchiude nella sua energia l’ impotenza, la paura e la recondita speranza di potersi vendicare di un torto. Ma la spesa emozionale implicata non ha quasi mai i risultati attesi. Proprio perché nell’ atto di dominare l’ altro si esplicita soltanto la propria fragilità e la terribile paura di non contare più nulla.

Educare ai sentimenti

Me lo ricordo ancora, forse era l’unico lato “piacevole” di quando si aveva la febbre. Papà si sedeva a fianco nel letto e si inventava favole fantastiche. Non stiamo parlando di ore di racconto, forse minuti, nel quale sperò si dedicava a me conducendomi in un mondo di ” buoni” ” cattivi” “traditori” “generosi” “poveri e ricchi”.
Quella era compagnia, quello era affetto, ma soprattutto quella era Educazione.
Si !perchè come i primitivi, ogni essere umano ha bisogno di imparare i sentimenti.
I sentimenti non stanno nel DNA, non sono nè pulsioni nè emozioni, i sentimenti si creano assorbendo i modelli che hai intorno. I sentimenti vanno trasmessi, vanno appresi, sentiti. Hanno termini che li identificano. Ma noi, parliamo di sentimenti ai nostri figli? Ma a scuola si parla di sentimenti? Mica due ambiti a caso questi! Sono i due nuclei fondanti l’educazione!!! La mente apprende solo se la si apre.
E ciò non può avvenire in autonomia ( almeno nei primi anni).

Ora, non educhiamo più nessuno. Ora, valutiamo soltanto!
Cogliere la ” Persona”, chi si sia questa realmente, quali siano le sue attitudini, le sue unicità e il suo valore esclusivo, non importa quasi più a nessuno.
Viviamo con tempi da macchine, esigiamo prestazioni come fossimo macchine, creiamo a nostra volta macchine, che programmiamo come macchine..andiamo in “tilt” come le macchine.
E poi stiamo male, perchè in realtà non siamo macchine, e abbiamo abdicato al nostro principio fondante: l’essere “animali sociali” ed aver cura della nostra specie.

Ad ognuno la sua musica

Quando riesci ad avere il momento per te, quando guidi non proiettato nel lavoro che dovrai svolgere e non invaso dai pensieri e preoccupazioni che stai attraversando. Quando riesci a chiudere con le parole e accendi la tua musica, succede una magia.
La musica, è molto di più che ascoltare note. E’ entrare nella nostra storia, nei nostri ricordi, nei nostri amori, nelle nostre amarezze.
Come tutte le arti, la musica va ben oltre il significato della parola, del virtuosismo, dell’ intensità. E’ per quello che avviene la magia che ci rapisce, così da trovarci a tamburellare dapprima discretamente sul volante, a tenere il tempo sul pomello del cambio, per poi lasciarci prendere da una possibile batteria, inseguendo il motivo, autorizzandoci a fare la prima, ( e perché no, se c’è) la seconda e la terza voce.. e…il coro.., infischiandocene assolutamente di eventuali sguardi altrui. Lì, in quell’istante, non ripetiamo tanto parole di altri, ma riecheggiamo le nostre emozioni. E’ un istante vero.
Un meraviglioso momento liberatorio, dove non c’è timore di giudizio alcuno e dove riusciamo ad essere semplicemente quelli che siamo. E tutto il resto, fuori. Quanto è terapeutica la nostra musica!
“La musica – dice Ezio Bosso- è fatta per essere donata.” .. e “chi scrive musica, la scrive per lasciarla a qualcun altro”, perchè la utilizzi e la viva.

Ad ognuno il proprio scudo

Come diceva Nietzsche: “Gli esseri umani sono capaci di sublimi autoinganni: trasformano le proprie colpe, in colpe altrui…” ( che siano persone.. o circostanze).
Siamo tutti gran bravi a raccontarcela e a procedere con l’auto convincimento di realtà spesso inesistenti, cosi da arroccarci in interpretazioni che riteniamo essere certezze, non riuscendo, spesso, a schiodarci da lì.
Mai detto? “non ce la farò mai”; “è lei che deve fare il primo passo”, “ è lui che deve chiedere scusa”,”so cosa devo fare, ma non so come farlo”… o consimili?
Siamo tutti convinti di agire in modo razionale, logico. Ma, di fatto tutto il nostro vivere è una risposta emotiva. E’ la nostra tendenza umana a raccontarci la cosa che più ci “dà ragione”. In poche parole ognuno di noi, sostiene e accetta solo quello che non ci obbliga a rivedere certezze e sicurezze conquistate nel tempo.
Per far questo abbracciamo il nostro scudo. E ce la raccontiamo delegando all’ esterno responsabilità e colpe, in uno scontro a volte effettivo, ma a volte anche virtuale con chi è fuori da noi. Tutto, perché l’immagine che si ha di noi stessi (frutto di una vita di prove ed errori) non venga intaccata. Perché non si frantumino le fondamenta, non si rivedano i confini, non ci sia da riaffrontare la paura.
Si paura, sempre lì si va a parare: paura di non essere più… paura di non contare più.. paura di perdere significato…

Oggetto: Bastare a se stessi

L'immagine può contenere: una o più persone, scarpe e spazio all'aperto

Quando la salvezza è vista in ciò che non abbiamo, quando tutto non basta mai e tendiamo a volere un sempre nuovo, in una continua rincorsa a riempire per riempirsi, allora si realizza che questa è l’epoca dell’ impotenza.
Una continua delega all’esterno che confermi e nutra il piccolo noi.
Anche se si ostenta sicurezza (perchè è sempre indispensabile la facciata!), dentro non siamo più abituati al desiderio. C’è il vuoto. E se nel primo caso, il desiderare ci portava all’altro, alla relazione, al confronto, ad un fuori da conquistare con una continua conferma di vivacità e di vita, il vuoto no, è assenza. Solitudine che mai nessuno “oggetto” potrà colmare.
Questo, il culto del nostro tempo: l’oggetto.
L’oggetto-umano… l’oggetto di lusso, l’oggetto a tempo, che illusoriamente risolva il piacere, ma che non crei problemi!
Perchè dico illusoriamente?
Perchè è molto semplice, per noi viventi, l’unica soddisfazione vera, e non c’è verso, è “essere desiderati e voluti dall’altro”.⭐